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3.2 - L’essenza del linguaggio

"Ecco come Martin Heidegger spiega l'essenza del linguaggio nel libro 'In Cammino verso il linguaggio'"

Vorremmo ora «fare esperienza del linguaggio». Esperire «qualcosa» vuol dire «che quel qualche cosa per noi accade…, ci sopraggiunge, ci sconvolge e trasforma».

Non è l’uomo per sua iniziativa «a mettere in atto l’esperienza». Il termine «fare» ha il significato di

  • «provare, soffrire, accogliere ciò che ci tocca adeguandoci ad esso».1

Il suggerimento è lasciarsi prendere dal linguaggio, dal richiamo che proviene dalla foresta. Questa esperienza ci toccherà nell’intimo perché l’uomo dimora nel linguaggio.

A questo punto del suo discorso sull’esperienza del linguaggio, Heidegger introduce una importante distinzione. Questi afferma che una cosa è studiare e apprendere «nozioni sul linguaggio» e altra cosa è farne esperienza. L’esistenzialista non sminuisce la valenza dell’indagine scientifica intorno al linguaggio, né svilisce l’importanza della ricerca filosofica in questo ambito della conoscenza umana, tuttavia, afferma che l’esperienza umana del linguaggio non deriva dallo studio della linguistica, filologia, ecc. L’esperienza del linguaggio è personale, ma Heidegger non osa scrivere fin dove l’uomo può arrivare a esperire il linguaggio. Ogni persona raggiungerà il suo grado d’esperienza. É possibile indicare solo le «vie» che ci possono consentire una tale sperimentazione; vie che solo raramente sono indicate e percorse.2

  • «Ma dove il linguaggio, come linguaggio, si fa parola?»3

si pone la domanda Heidegger. La risposta è là dove la parola sfugge, là dove non troviamo la giusta parola per esprimere qualcosa che «ci tormenta» o «entusiasma». Lasciamo nell’inespresso ciò che vorremmo far intendere all’interlocutore perché la parola manca. Eppure proprio in quegli attimi il linguaggio

  • «ci sfiora da lontano e fuggevolmente con la sua essenza».4

Nel momento in cui a ciò che pensiamo, alla cosa, non riusciamo a trovargli un rapporto con la parola, sperimentiamo la «rinuncia».5

L’esploratore può arrivare anche alla fonte del linguaggio e non trovare la parola per far diventare ricchezza ciò che rimane inespresso. Potremmo sostenere che, per Heidegger, al termine del lungo faticoso e avventuroso camminare per la foresta del linguaggio, è possibile trovare la fonte dalla quale scaturisce il linguaggio, la sua essenza contenuta sul fondo, ma non trovare la parola cercata. Dovremmo rinunciare ad avere la parola di cui andiamo in cerca. E proprio questa rinuncia è diventata «un’esperienza del linguaggio».6 Heidegger

  • «accenna al rapporto tra parola e cosa, prospettandolo in modo che la parola stessa risulta il rapporto, in quanto essa trae all’essere e mantiene nell’essere ogni cosa, qualunque essa sia. Senza la parola che s’identifica con la forza del rapporto, il complesso delle cose, il mondo, sprofonda nel buio insieme all’io che porta all’estremo lembo della propria terra, alla fonte dei nomi, ciò che ha incontrato di meraviglia e di sogno».7

Fare esperienza del linguaggio vuole dire camminare verso la ricerca dell’essenza, del «Dire originario»8; il cammino ci porta a raggiungere il linguaggio. Fare esperienza del linguaggio significa che

  • «mentre siamo in cammino per raggiungerlo, […] esso ci sopraggiunge, ci pretende in quanto ci trasforma secondo se stesso».9

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E questo cammino, lo ribadiamo, non è un interrogare la parola, ma un porsi in ascolto della parola che viene verso di noi. É il linguaggio che ci deve parlare per comunicarci la sua essenza. Heidegger afferma essere proprio la fonte, l’essenza del linguaggio, a nascondersi agli occhi dell’attento esploratore che cerca meticolosamente tra gli alberi e i ruderi d’antiche civiltà fagocitate dalla foresta.

  • «Questo rifiuto, di svelarsi, fa parte dell’essenza del linguaggio. […] trattenendosi esso in sé con la sua origine, nega la sua essenza a quel pensiero presentativo nel quale comunemente ci muoviamo».10

I nomi delle cose dormono sul fondo della fonte, essi chiedono solo d’essere destati «per servire come rappresentazione delle cose». Ma la fonte non vuole donare più nulla. L’esploratore scopre il potere della parola. Tale potere sta nella capacità della parola di trattenere in se la cosa cui si vorrebbe dare un nome. Heidegger presenta così questo potere della parola:

  • «Non è più solo la presa sulla realtà come presenza già colta dall’immaginazione, quella presa che consiste nel dare un nome: non è soltanto mezzo per rappresentare ciò che sta dinanzi. Al contrario. É la parola che conferisce la presenza, cioè l’essere, nel quale qualcosa si manifesta come essente».11

L’esploratore nello sperimentare la rinuncia diventa triste, però la tristezza si trasforma in «rendimento di grazia» perché scopre che la rinuncia è un debito di riconoscenza per «l’avvertirsi debitori del proprio essere».12 Ciò che l’esploratore non giunge a possedere

  • «è la parola per l’essenza del linguaggio. La potenza e la vita della parola, scorta d’improvviso, il suo essere e operare vorrebbe pervenire alla parola, alla sua propria parola. Ma la parola per l’essenza della parola non viene concessa».13
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Note
  1. Heidegger, In cammino, 127. img nota

  2. Heidegger, In cammino, 128. img nota

  3. Heidegger, In cammino, 127. img nota

  4. Heidegger, In cammino, 129. img nota

  5. Heidegger, In cammino, 134. img nota

  6. Heidegger, In cammino, 135. img nota

  7. Heidegger, In cammino, 140. img nota

  8. Heidegger, In cammino, 143. img nota

  9. Heidegger, In cammino, 141. img nota

  10. Heidegger, In cammino, 147. img nota

  11. Heidegger, In cammino, 178-179. img nota

  12. Heidegger, In cammino, 184. img nota

  13. Heidegger, In cammino, 185. img nota