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1.1.1 - Wittgenstein

"L'evoluzione filosofica del pensiero di Wittgenstein, dal 'Tractatus Logico-Philosophicus' alle 'Ricerche Filosofiche'"

La Filosofia di Ludwig Wittgenstein è incentrata su problemi di carattere logico, affrontati servendosi del linguaggio. Nel periodo storico in cui il filosofo è, si tenta di risolvere il problema della conoscenza in rapporto al pensiero e il mondo, servendosi del rapporto tra linguaggio e realtà. Quindi la gnoseologia diventa analisi del linguaggio e delle condizioni che lo rendono significativo1.

Il pensiero di Wittgenstein si usa dividerlo in due periodi che si fanno coincidere con il Tractatus logico-philosophicus e Ricerche filosofiche. Da una analisi più attenta il pensiero del filosofo austriaco segue una evoluzione lineare coerente, senza bruschi salti. Per semplicità, però, rivolgeremo la nostra attenzione al Tractatus e alle Ricerche.

Nel Tractatus Wittgenstein afferma

  • «che i problemi della filosofia derivano dal fraintendimento della logica del nostro linguaggio»2.

Per eliminare tali fraintendimenti bisogna tracciare una linea di confine al linguaggio, tutto ciò che è oltre non avrà senso. Cioè lo scopo dell’opera è di individuare ciò che possiamo conoscere e ciò che non possiamo conoscere. L’oggetto del Tractatus è l’espressione del pensiero attraverso il linguaggio e se il mondo è esprimibile è perché risulta dicibile. L’esistenza del mondo non è spiegabile ma esso ha una sostanza che ci consente di definire vera o falsa qualsiasi proposizione. La sostanza cui Wittgenstein si riferisce si compone di oggetti, di quegli elementi che possiamo conoscere tramite il confronto con la realtà. Wittgenstein non dimostra l’esistenza del mondo, essa è data come esigenza semantica, relativa al senso del linguaggio3. Il mondo poi è composto di oggetti semplici, asserto che risulta indimostrabile e che trova la sua giustificazione nelle esigenze logico-linguistiche, poiché

  • «l’essere il mondo composto di oggetti è requisito per la sua pensabilità»4.

Gli oggetti di cui il filosofo scrive sono semplici. Tali oggetti sono determinabili perché in relazione con altri oggetti, i quali sono all’interno dello stato di cose. Gli stati di cose sono i fatti, quindi

  • «il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose»5.

I fatti sono complessi o molecolari e scomponibili in fatti semplici o atomici. Le proposizioni, poi, possono essere complesse e scomposte in proposizioni atomiche, quindi costituite da nomi6. Le proposizioni semplici sono fornite di una struttura, data dall’unione dei simboli semplici. La proposizione assume significato solo se rimanda a stati di cose reali o possibili e sono vere quelle proposizioni che descrivono fatti reali. Le proposizioni sensate sono quelle empiricamente verificabili e tra queste solo quelle vere costituiscono la scienza. Tutte quelle proposizioni che si riferiscono alla metafisica, alla religione, all’etica rientrano nell’indicibile, in ciò di cui non si può ed è superfluo parlare. Per Wittgenstein il linguaggio è un’immagine speculare del mondo

  • «e risulta ancorato ad esso dalla corrispondenza di oggetti ai nomi e di fatti alle proposizioni elementari»7.

Oltre le proposizioni atomiche verificabili empiricamente vi sono le proposizioni tautologiche. Per esse abbiamo un doppio livello di proposizioni non verificabili comprendente le proposizioni certamente impossibili o possibili. Le tautologie sono proposizioni in cui rientrano quelle della logica e della matematica, dette anche analitiche pure, esse non ci dicono nulla intorno alla realtà e si limitano a esprimere relazioni necessarie tra proposizioni8.

Il Tractatus si presta a due critiche. Anzitutto non si presenta come linguaggio empirico perché non descrive dei fatti ma fa l’analisi del linguaggio empirico. Per superare l’ostacolo Wittgenstein considera il Tractatus come una scala da gettare dopo averla usata. Il secondo problema riguarda la forma logica come qualcosa che rende possibile il linguaggio ma non può essere espresso. Vi è quindi dell’ineffabile che si mostra come il mistico. A questa parola (mistico) si è provato a dare varie definizioni. Con certa probabilità Wittgenstein non gli attribuisce un significato religioso, ma con mistico egli intende tutto quello che supera i confini del linguaggio empirico.

Come si può parlare di qualcosa che non è né un fatto né una tautologia? Nel termine mistico ritroviamo la presa di coscienza che è impossibile alla scienza risolvere il problema del senso della vita; e mentre per il Circolo di Vienna il problema è superfluo, non è così per Wittgenstein il quale lo intende un limite da superare.

L’evoluzione del pensiero di Wittgenstein avviene tra il 1929 e il 1932, essa è evidente nel manoscritto Grammatica filosofica. Nell’opera egli abbandona la pretesa di creare una struttura perfetta di linguaggio e analizza il linguaggio comune, perché dotato di senso e perché usato anche per filosofare. Nella nuova teoria, che ritroviamo ampliata nelle Ricerche, Wittgenstein non vede più il linguaggio come un insieme di unità semplici cui facciamo corrispondere un fatto, ma come una struttura, quindi, ogni proposizione elementare acquista senso solo in relazione alle altre. Il nome o la proposizione singola perdono l’univocità e acquistano significati diversi se inseriti in giochi diversi. Un enunciato non deve più essere descrittivo della realtà per avere senso, ora. Esistono tanti linguaggi e tutti validi, seppure diversi per la loro funzione: linguaggi per pregare, esprimere un sentimento, familiare ecc.

Proprio il linguaggio comune si presta a una infinita sovrapposizione e uso di giochi linguistici, quindi, per comprendere il significato del nome e della proposizione va individuato nel contesto cui sono legati. Per semplificare la complessità del linguaggio ordinario Wittgenstein elabora giochi linguistici artificiali, con i quali isola e analizza alcune funzioni del linguaggio. Il fine di tale analisi, come si evince dalle Ricerche è d’individuare l’origine di forme linguistiche avvertite come naturali perché appartenenti agli aspetti ordinari della nostra quotidianità, ma che nascondendo significati profondi sono generatori di equivoci cui la filosofia si vuole occupare. Per concludere

  • «un linguaggio si caratterizza non come descrizione vera della realtà, ma come insieme di regole, cambiando le quali ne muta la funzione e il senso: e un senso diverso da quello scientifico non vuol dire mancanza di senso»9.
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Note
  1. L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di E. Ruffaldi, La Nuova Italia, Firenze, 1992, p. XIII. img nota

  2. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, in Ricerche filosofiche, p. XVII. img nota

  3. Wittgenstein, Ricerche, XVIII. img nota

  4. Wittgenstein, Ricerche, XVIII. img nota

  5. Wittgenstein, Tractatus, in Ricerche, XIX. img nota

  6. D. Bonifazi – L. Alici, Il pensiero del Novecento, Queriniana, Brescia, 19893, cap. IX, p. 253. img nota

  7. Wittgenstein, Ricerche, XX. img nota

  8. Bonifazi – Alici, Il pensiero del Novecento, 254. img nota

  9. Wittgenstein, Ricerche, XXXV. img nota