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  1. Capitolo I
  2. La famiglia in cammino verso la parola

3.3 - La famiglia in cammino verso la parola

"I silenzi voluti, la parola mancante. L'importanza della parola nell'uso comunicativo in famiglia: tra marito e moglie, tra genitori e figli"

Per Heidegger l’uomo è essere parlante per natura e non per volontà, l’uomo è l’unico capace di parola tra gli esseri viventi. Questi non si pone il problema dell’origine. Egli si pone il problema di quando parla l’uomo. Sempre. Nel silenzio, quando scrive, quando legge o ascolta,1 aggiungiamo, anche nel silenzio della preghiera.

Secondo Heidegger l’uomo, il quale è essere parlante constitutivamente e per essenza, possiede ma allo stesso tempo non possiede il linguaggio. Le parole del linguaggio delle quali conosciamo il significato, se non consciamente almeno perché ne abbiamo appreso il senso dall’uso quotidiano, ci aiutano a comunicare all’altro le esperienze di vita accumulate. La parola stessa diventa per noi un’esperienza un cammino che ci porta a scoprire l’essenza, prima della parola e della cosa che vuole significare, poi di noi.

L’uomo, è in cammino verso la parola. E la raggiunge? La comprende? Carpisce la sua essenza? Queste alcune domande che Heidegger si pone, ma alle quali sembra non voler dare una risposta, infatti, preferisce fare esperienza del linguaggio e, attraverso l’esperienza, solo dopo, forse, prova ad abbozzare delle risposte ai quesiti. Il modo di raggiungere il linguaggio, allora, è mettersi in cammino facendo esperienza di esso.

Mettersi in cammino verso il linguaggio come ha fatto magistralmente Heidegger, diventa un mettersi in cammino verso la scoperta di chi siamo noi, ci mette in cammino verso l’ascolto della parola come lo intende Heidegger, ma anche in ascolto della parola detta dall’altro. Questo altro che è fuori di noi e che vogliamo scoprire perché sempre più diventi parte di noi.

Anche la famiglia è chiamata a fare esperienza del linguaggio, ad intraprendere un cammino verso il linguaggio che si trasforma in percorso d’amore alla scoperta di se stessa. Una esperienza che si applica nell’ascolto dell’altro, nella narrazione di se stessi all’altro. Nei dialoghi che nascono tra le mura domestiche, che sono più di banali dialoghi, si fa esperienza della parola. Parola che lancia un messaggio, direi d’amore, che l’altro deve essere pronto ad accogliere, fare suo e conservare. Ecco cosa dovrebbe essere il fare esperienza della parola in una famiglia.

Il linguaggio è costitutivo di una famiglia. Il linguaggio permea la famiglia, tutti i suoi componenti sono “imbevuti” di linguaggio. L’essenza del linguaggio è anche l’essenza della famiglia, essa non può in alcun modo privarsi della parola, evitare di fare esperienza della parola. Senza l’esperire, tra i membri, la parola, la famiglia non è capace di sopravvivere (nel senso di superare) al quotidiano incontro tra i coniugi, fra i genitori e i figli, tra fratelli e sorelle.

Non sempre il cammino è facile anzi esso può non riuscire, si può sperimentare il fallimento della comunicazione. Si può sperimentare l’incapacità d’esprimere ciò che abbiamo dentro, incapacità che fa soffrire noi stessi e l’altro perché non può comprenderci a pieno per amarci, ribadiamo, non per possederci. Il linguaggio, se per la famiglia diventa un cammino, è per ognuno, un viaggio alla scoperta delle splendide meraviglie che si celano nel nostro e nell’altrui mondo interiore. É fondamentale però aprirsi all’ascolto dell’altro (rapporto Io-Tu) e lasciarsi ascoltare: per amore. Spesso ciò che riposa dentro il cuore è in attesa di qualcuno che vada a svegliarlo, aspetta un atto di coraggio del cuore dell’altro, il quale si metta come un esploratore alla ricerca del non detto assopito dentro il primo, perché possa essere destato e riportato alla luce, dove potrà manifestarsi, esprimersi ed essere così conosciuto.2 Quante volte nelle famiglie manca la capacità di incamminarsi verso l’altro, questi resta chiuso in se, non si esprime. Basterebbe vincere la barriera del silenzio per intraprendere quel magnifico viaggio che porta al figlio che apparentemente sembra non voler comunicare se stesso ai genitori.

Abbiamo menzionato il silenzio. Qui non intendiamo il silenzio nel significato che lascia intuire Heidegger, egli descrive un silenzio che è comunicante. Il silenzio di cui scriviamo noi è fatto di una volontà di non comunicarsi. Eppure, forse, anche il nostro silenzio, quello di cui abbiamo inteso esprimerne il significato sopra, nonostante la volontà di non volersi comunicare, comunica qualcosa. Di fatti comunica la volontà di non voler comunicare. Il non voler comunicare, delle volte l’incapacità, è sintomo di una malattia cancerosa che incrina i rapporti e uccide la famiglia dall’interno. icona

Con questo sotto-paragrafo crediamo di aver avvicinato lo scopo di descrivere l’importanza della parola nell’uso comunicativo tra i componenti di una famiglia. Tutti i tipi di linguaggi sono utili e fondamentali nella comunicazione familiare, però noi vogliamo sottolineare la supremazia della parola sulle altre forme di comunicazione attraverso il linguaggio.

Il tema che stiamo per affrontare nel successivo sotto-paragrafo si pone come prosecuzione, o meglio, come modalità di espressione nel concreto, del cammino verso la parola compiuto dalla famiglia: la narrazione vista nell’ottica di un cammino d’esperienza.

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Note
  1. Heidegger, In cammino, 27. img nota

  2. «La persona nei suoi valori esistenziali, appare raggiungibile solo se la si cerca nel suo mondo interiore e la si incontra nel dialogo. Nel dialogo non c’è scambio di idee, ma un contatto a tutti i livelli, vero e personale». G. Bellia, Il coraggio della speranza. 100 pagine di don Puglisi, Città Nuova, Roma, 2005, p. 55. img nota icona