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  2. Forme di linguaggio in famiglia

2. Forme di linguaggio in famiglia

"Quali sono le forme di linguaggio in famiglia? Parliamo dei linguaggi non verbali e della loro influenza nella comunicazione"

L’uomo scambia informazioni con i suoi simili ininterrottamente, egli è capace di comunicare con i con-simili sotto forme diverse e, pressa poco di continuo, servendosi dei linguaggi appresi. La comunicazione è effettuata dall’uomo attraverso strumenti da lui inventati, capaci di inviare contenuti diversi mediante linguaggi di comunicazione vari e di raggiungerlo ovunque si trovi. É questo il caso dei mezzi di comunicazione di massa. Nel capitolo terzo presenteremo un aspetto particolare della comunicazione di massa, che prenderà spunto da una ricerca condotta su famiglie italiane.

La famiglia non è immune alle forme di scambio di messaggi, anzi, è immersa in esse e si avvale delle loro potenzialità servendosene secondo le esigenze. Vediamo quali sono i linguaggi e le forme di comunicazione di cui la famiglia si avvale.

2.1 - Linguaggi non verbali

Il mondo nel quale viviamo è significativo perché costituito di simboli. Un simbolo ha un significato perché gli è stato assegnato da un gruppo sociale, o una autorità e tutti lo riconoscono concordemente. Nell’interazione simbolica tra gli uomini le azioni sono interpretate e definite, la risposta che ne consegue è fondata sul significato attribuito alle azioni.1

Nel quotidiano rapporto tra individui, il linguaggio del corpo è la forma di comunicazione non verbale maggiormente adoperata dall’uomo. Ogni giorno incontriamo decine di persone e con loro stabiliamo delle interazioni attraverso lo sguardo, i gesti delle mani, la posizione delle gambe, la distanza dei corpi. Tutti comportamenti automatici e che ci sembrano innati, molti invece sono appresi dalla cultura alla quale apparteniamo e sono validi solo nel contesto in cui essi sono riconosciuti. Anche nella famiglia, essendo essa un luogo di interazione tra persone è interessata dal linguaggio del corpo. Forse è anche il luogo dove, più di altri, si apprendono gli schemi di interazione della cultura nella quale si vive. Sono schemi con regole tacite e non scritte, mai palesate però da tutti accettate e non violate. L’approccio metodologico al quale dobbiamo studi in questo ambito è l’etnometodologia sviluppata da Harold Garfinkel.2

Più in generale è la cinesica – branca della semiologia – ad aver studiato il linguaggio del corpo, scomponendo i movimenti dello stesso in unità fondamentali e conferendo a ciascuno un simbolo: le espressioni e posizioni del corpo, i gesti. Vari ricercatori hanno prodotto uno schema che mette in evidenza comportamenti catalogabili. Prendiamo a titolo esplicativo lo schema formulato da Eckman e Friesen. Secondo questi, la comunicazione non verbale si può distinguere in tre caratteristiche principali: uso, origine e codificazione.

  • «L’uso si riferisce alle circostanze che accompagnano l’accadere dell’atto.[…] L’origine si riferisce alla fonte dell’atto non verbale. La codificazione si riferisce a come il significato è legato agli atti non verbali».3

Lo schema da loro costruito si divide, quindi, in 5 categorie: 1) Le esibizioni di sentimento, vale a dire tutti quei movimenti espressivi umani che esprimono paura, gioia, tristezza e altri. 2) La categoria degli adattatori, la quale elenca le «manipolazioni» della propria persona o di un «oggetto». Le manipolazioni possono essere rivolte verso se stessi, verso gli altri o nei confronti degli oggetti. Si pensi al movimento del grattarsi la pelle o al gesto dell’accendere un sigaro. 3) Nella categoria degli emblemi sono inseriti tutti quei movimenti che hanno una traduzione nel linguaggio verbale, come il salutare una persona, sventolando il fazzoletto, che non si vedrà per lungo tempo. 4) Gli illustratori sono legati al linguaggio verbale e illustrano ciò che l’uomo verbalizza. Ad esempio, indicare con le braccia l’uscita d’emergenza di un edificio e accompagnare il gesto con parole volte a mantenere la calma. 5) I regolatori servono a regolare il discorso e l’ascolto. Si pensi ai cenni del capo e ai cambiamenti di posizione del corpo durante la conversazione.

In generale il comportamento non verbale è sempre comunicativo quando si verifica una interazione tra persone. Un figlio che studia in silenzio nella propria stanza, una figlia che balla in camera al suono della musica ascoltata nelle cuffie, sono scene di vita quotidiana che “parlano” da sole: descrivono la situazione, come se qualcuno lo facesse con le parole. Il contesto è importante perché dà significato alla comunicazione non verbale così come avviene per quella verbale, infatti, un identico atteggiamento del corpo può assumere significati diversi a seconda del contesto in cui è mostrato.

É interessante quanto le ricerche sul linguaggio del corpo hanno messo in evidenza. Ogni movimento degli occhi e dei muscoli del volto, per fare un esempio, comunicano un significato. Da essi è possibile comprendere l’atteggiamento di rabbia, felicità, timidezza in un uomo, grazie all’insieme dei movimenti di più parti del corpo. Allora non sarà solo il comportamento degli occhi a farci comprendere lo stato di gioia cui si trova l’interlocutore ma il suo sorriso unito, magari, al movimento esultante delle braccia. I movimenti, inoltre, assumono maggiore valenza della comunicazione verbale, quando quest’ultima non si accorda con la prima. In sostanza si ritiene sia più facile mentire con le parole, perché più controllabili, che con il corpo. Invero, i comportamenti del corpo e le parole, proferite da una persona durante l’interazione comunicativa con altro interlocutore, vengono in una successiva interazione falsificati per studiata convenienza.4 Per un paragone leggere l'esempio riportato nell'ultima pagina dell'introduzione.

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Note
  1. Robertson, Sociologia, 134-135. img nota

  2. Robertson, Sociologia, 138-141. img nota

  3. Monti, Comunicazione, in Nuovo Dizionario di Sociologia, 451. img nota

  4. Monti, Comunicazione, 451. img nota